09 febbraio 2014

SWEET SALGARI


L'importanza di Emilio Salgari nella mia formazione è enorme, ma talvolta vissuta con un certo imbarazzo, come se l'Avventura fine a se stessa non dovesse appartenermi per coerenza con la maschera che avrei voluto portare.

Da bambini, la paura del tempo era inversamente proporzionale alla sua percezione: senza alcun senso di colpa si trascorrevano interi pomeriggi con pirati in Malesia, corsari nelle Antille, marinai in Australia e pionieri nel Far West.
Poi, nelle sere d'estate, si scendeva in cortile per giocare con gli amici a interpretare personaggi e situazioni di cui si era appena letto.
Poco importava se molti dei luoghi raccontati non esistevano, se l'autore non si era mai spostato dall'Italia o se scriveva per urgenze economiche, più che per slancio creativo: i suoi romanzi offrivano a un bambino più alternative al reale dell'Atari 2600 o dei cartoni animati alle quattro del pomeriggio.

Salgari era una figura disperata e senz'appello: figlio e padre di suicidi, suicida egli stesso. Non è difficile, dunque, credere alla stesura originale de Le Tigri di Mompracem, nella quale Sandokan, estratta la pistola, si sparava in bocca lacerato dalla morte di Marianna che, nella vita vera, si chiamava Ida e fu internata in manicomio.
Salgari fu avversato dal clero perché troppo laico, fu sottovalutato dalla critica per via di una certa predisposizione allo stereotipo ed una prosa non particolarmente curata, fu ignorato dagli educatori perché promotore di valori distanti dalla pedagogia dell'epoca; fu anche indegnamente sfruttato dai suoi editori che lo costringevano a ritmi di stesura sovrumani in cambio di compensi inconsistenti.

Paolo Bacilieri, in questo romanzo (bio)grafico, ne racconta la storia, con urgenza di risarcimento e  affettuosa partecipazione; rispettoso, ma crudo, procedendo per episodi apparentemente irrelati, raccontati con leggerezza pervasa di malinconia. Sospeso tra arte e miseria, ingenuità e cialtroneria.

Il 25 aprile del 1911 Emilio Salgari si tolse la vita come un eroe dei suoi romanzi, trasformando i boschi fuori Torino nella Giungla Nera e il rasoio da barba in una sciabola affilata: "Vi saluto spezzando la penna" scrisse "e a voi che vi siete arricchiti con la mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali".